MARVELIT

 

PRESENT:

 

Uomo Ragno

#63

 

 

Sin after sin – 4

 

Necessary evolution.

 

 

Ci fu una raffica di uzi che quasi lo falciò. Quasi. Lui era l’Uomo Ragno, tra le varie altre cose, ed ucciderlo non era di certo così facile. Ci avevano provato in tanti a metterlo nella tomba: Goblin, Octopus, lo Sciacallo, Electro, l’Avvoltoio…; Kraven era riuscito a seppellirlo ma lui, troppo testardo per accettarlo, era tornato alla vita, lottando contro la prepotenza della terra, contro lo sconfortante abbraccio dell’umida tenebra. Non sarebbe morto lì, per mano di trafficanti di droga di terzo ordine. Forse avrebbe dovuto essere più umile, tutto sommato non era certo Thor ma un comune mortale.

Saltò raccogliendo le ginocchia al petto e, attraversata l’aria con una parabola discendente, si ritrovò tra gli uomini a cui stava dando la caccia. Un coltello guizzò verso di lui, una mossa non del tutto sbagliata, sicuramente preferibile all’aprire il fuoco contro un proprio compagno.

Si voltò di tre quarti, seguendo il colpo e afferrò saldamente il polso che stringeva il manico sagomato. Mise in leva il braccio. Una volta Ben Grimm gli aveva fatto vedere questo trucco.

“Non è sempre questione di forza. Potrebbero capitarti avversari con il tuo stesso livello di potenza fisica o anche superiori. In questo caso l’approccio può fare la differenza.”

Ben era un uomo molto saggio e un combattente esperto. Avrebbe potuto tranquillamente spezzare quel braccio, strapparlo dalla spalla e lacerarlo come carta straccia. Non voleva questo. Voleva semplicemente immobilizzarlo per qualche istante, poche frazioni di secondo, quanto gli serviva per stordirlo. Erano venditori di morte e forse avrebbero meritato di peggio ma preferiva non indugiare troppo su quei pensieri. Del resto lui non era certo Frank Castle*.

“Allora? Chiese divertito mentre proiettava l’uomo verso un’ampia scrivania di compensato.

Dobbiamo veramente continuare questo inutile balletto? Sul serio ci tenete tanto a prenderle?”

I loro ringhi erano più che eloquenti. Non li avrebbe dissuasi tanto facilmente dal recedere dai propri propositi omicidi e del resto, non lo voleva veramente. Non gli piaceva pensare a sé stesso come ad un uomo violento ma menare un po’ le mani con quei malviventi era un ottimo anti stress e con quello che succedeva in città ne aveva assolutamente bisogno. Si accucciò improvvisamente e un pugno originariamente diretto a lui ruppe un naso che non era di certo il suo. Afferrò la caviglia che si era ritrovato davanti e tirò improvvisamente facendo cadere all’indietro lo spacciatore.

 

Messiah Johns era uno dei tanti appartenenti alla nuova generazione del malaffare, interessati a fare carriera nel mondo dei traffici illeciti ma a differenza di altri, nonostante il nome avrebbe potuto suggerire il contrario, era un uomo conscio dei propri limiti, estremamente riflessivo e posato, anche se giovane. Non era stato suo desiderio mettersi contro nessuno del vecchio giro e così aveva evitato di fare mosse che avrebbero potuto rendere inquieti i vecchi boss. Si era comportato in modo rispettoso e quando aveva dovuto scegliere tra i Jong e la mala locale aveva optato per la squadra locale. Questo era valso all’uomo il diritto di poter condurre in relativa tranquillità i propri affari o così pensava. Tenendosi sempre defilato e ai margini, lontano dalla ribalta che era per uomini del calibro di Kingpin, Testa di Martello, Silvermane o il Gufo, aveva creduto di non rappresentare un bersaglio per le attività degli eroi di New York. L’attacco subito dall’Uomo Ragno smentiva completamente questa sua convinzione.

Johns se ne stava con le spalle al muro, i polsi e le caviglie bloccate da un sottile ma resistentissimo filo grigio. Annusarla fu un gesto quasi istintivo e provò immediatamente vergogna per aver compiuto un atto più consono ad un bambino curioso che ad un malavitoso come lui.

Era di bel aspetto, 1.74 circa, fisico tonico, tipico di chi amava tenersi in forma senza per questo massacrarsi con ore ed ore di allenamenti. Lanciò un’occhiata preoccupata all’Uomo Ragno, che sembrava quasi essersene essersene dimenticato. Questi se ne stava accovacciata sulla sommità di un vecchio armadio di metallo, e non avrebbe potuto dire se stesse fissando lui o un punto qualsiasi del caos che era stato il suo ufficio.

 

 

Mercoledì, ore 16 p.m., il giorno prima - Appartamento di Oliver Terenzio Rucker.

 

Asa Pabst fece un largo sorriso imbarazzato all’Uomo Ragno, che ricambiò con una battuta amichevole. Quell’uomo non era propriamente a suo agio e poteva capirlo. La riunione segreta che si stava tenendo nell’abitazione privata di Rucker aveva quasi il sapore di un incontro tra massoni. Presenti, oltre ai tre, c’erano Peter Suschitziky e Brady O’Neil.

“Sicuramente, Messiah Johnes.” Sentenziò Brady, dopo aver sorseggiata un po’ di birra dalla sua lattina. La squadrò qualche istante, con aria di disapprovazione e poi, con la sua voce profonda e sgraziata: “Hey, Rookie, hai solo questa roba?” Rucker fece spallucce e rispose: “ Spiacente, era in offerta. Ho voluto provare una marca nuova e ho toppato. Comunque sono d’accordo: Messiah Johns è il nostro uomo; dopo che quel bastardo ha fatto fuori il suo fornitore d’armi, se ne sarà senza dubbio cercato uno nuovo.” Il maturo poliziotto se ne stava con le braccia conserte, la schiena appoggiata alla parete e i piedi incrociati. La sua aria da Jerry Lewis triste aveva una nota cupa che fino a quel momento il Ragno non aveva mai visto. Doveva essere molto stanco. Forse era al limite e poteva capirlo. Tuttavia non poteva permettersi di crollare proprio in quel momento. Peter sorrise dietro la sua maschera, dandosi dello sciocco per quel pensiero. Se c’era qualcuno che poteva tranquillamente reggere la pressione, quello era proprio Oliver Terenzio Rucker. Intervenne, parlando con il tono alterato che usava quando non voleva rendere la sua voce troppo riconoscibile: “ Andare da un nuovo fornitore però è un rischio. Sa che gli state alle costole e probabilmente, se è un professionista come dite, si aspetta anche che presto o tardi qualche vigilante si interessi a lui.”

L’Uomo Ragno se ne stava seduto sopra un tavolino, a gambe incrociate e le braccia appoggiate sulle ginocchia. Asa Pabst attirò l’attenzione mandando un colpetto di tosse. Era un uomo molto discreto e quello era il suo modo di prendere parola: “ Tuttavia ha delle necessità, improrogabili dal suo punto di vista. Ha una missione da compiere e non può interromperla proprio ora. Il rituale che sta compiendo è lungi dall’essere finito e per lui, fermarsi a questo punto, sarebbe vanificare tutto quello che ha fatto fino ad ora. Sta mettendo in atto una sorta di catarsi, che lo mondi dai propri peccati e da quelli altrui. È molto scaltro, ed intelligente e sono convinto che contatterà Johns usando un falso nome o servendosi addirittura di terzi.”

Suschitziky si era fissato su di una foto. Era in una piccola cornice color carta da zucchero, appesa al muro vicino ad un quadro raffigurante delle cascate. Nella foto c’era Rucker insieme a suo figlio Dean. Nella foto il ragazzo aveva circa undici anni. Rucker sembrava felice quando era stata scattata. “Io non sono un’autorità in materia, disse tornando a partecipare a quel meeting voluto proprio dal collega, mi occupo molto più spesso di trapassati che non di viventi. Tuttavia condivido quello che dice Asa. Sin dal primo momento, ho capito che avevamo a che fare con qualcuno che ha delle manie religiose. È un credente. Un vero credente. Quanto meno dal suo punto di vista, sia ben inteso. Non mollerà perché è in preda al sacro fervore. Non mollerà perché sarebbe commettere un orribile peccato. Si, probabilmente si servirà di un nome falso o di un’altra persona. Dobbiamo controllare tutti quanti i clienti nuovi di Messiah Johnes. Persone entrate da poco nel giro o che hanno improvvisamente deciso di comprare da lui. Non è molto ma al momento è l’unica cosa che possiamo fare, credo.”

“Ha ragione. Tutti si voltarono all’unisono verso la maschera dai grandi occhi a specchio.Sicuramente al momento, è il modo migliore di procedere. Io propongo però un approccio più estremo.”

“Più estremo?” Chiese sorpreso Rucker.

“Appostarsi non servirebbe a molto e perderemmo troppo tempo. No. Io propongo di parlare direttamente a Johns, metterlo con le spalle al muro e costringerlo ad aiutarci.”

“Non abbiamo niente contro di lui. Solo qualche reato minore, al massimo. I suoi avvocati ci farebbero la pelle prima ancora di riuscire a sbatterlo dentro.”

“E quando mai questo ci ha fermato?” Brady irruppe nella conversazione in modo sgraziato e franco, così come era solito fare.

“Cosa proponi?” Gli fece Rucker sorridendogli amichevole.

“Bluffiamo. Possiamo dirgli che gli renderemo la vita un vero inferno se non collaborerà. Diavolo! Io sono anche disposto a farlo veramente. Mi attaccherei al culo di quel delinquente anche ventiquattro ore al giorno se servisse! Quel maniaco del Mangiapeccati ha ucciso uno dei nostri e non ho intenzione di fargliela passare liscia.”

“Chi tocca un poliziotto, è fatto.” Mormorò Rucker, tornando con la mente a quando George Stacy gli parlava della vita sulla strada e gli insegnava il codice non scritto della polizia, quello che, una volta, anche i criminali temevano veramente. Rivide per un istante il volto del giovane agente, lì, riverso nel suo stesso sangue. Pensò all’altro, la cui carriera era definitivamente rovinata. La cui vita era rovinata. No, aveva ragione Brady: il Mangiapeccati, chiunque fosse, non poteva farla franca.

“Propongo che sia proprio l’Uomo Ragno a portare a Johns il messaggio.” Asa Pabst sentiva di essere meno a disagio nel pronunciare quel nome, come se si stesse abituando a quella strana, nuova realtà con la quale aveva avuto a che fare sempre indirettamente.

“Ottimo. Facciamogli sentire il fiato sul collo anche della comunità mascherata!” Brady era entusiasta di quell’idea.

“Molto bene. Allora andrò a conoscere questo signor Johns molto presto.” Approvò l’Uomo Ragno.

Il piccolo gruppo si mise subito a discutere i particolari dell’operazione.

 

 

Istituto di Ricerca E.S.U., Dipartimento di fisica sperimentale – Mercoledì, ore 8.30 a.m.

 

 

“Ad Hendrik Casimir, tremerebbero i polsi nel vedere tutto questo.” Peter   Parker e Lorenzo Lo Iacono camminavano di pari passo, e man, mano che si avvicinavano alla grande macchina denominata “C.10”, l’eccitazione montava sempre di più dentro Peter. Era stato puntuale. No, era stato molto più che puntuale, arrivando mezz’ora prima. Non voleva fare una pessima figura proprio durante il primo giorno.

“Stiamo installando i suoi cavi, dottor Parker, seguendo le sue istruzioni.” Disse Lorenzo che con un cenno del capo indicò i quattro tecnici al lavoro.

“Solo Peter, non sono ancora dottore, e se non le crea problemi, preferirei che mi desse del tu.”

“Va bene. Anche io non amo troppo le formalità.” Lorenzo era un ragazzo molto simpatico. Laureatosi all’Università dell’Oregon in Meccanica Quantistica a soli 22 anni, era nato in Italia, a Pisticci, un piccolo paese della Basilicata che non vedeva da diverso tempo. Aveva 32 anni, era piuttosto alto, fisico normale, con un lieve accenno di pancetta, capelli neri tagliati corti e pettinati all’indietro. Un naso leggermente aquilino, mascella piuttosto prominente e occhi verde scuro. Indossava sotto il camice, una semplice t-shirt di cotone bianca, un paio di pantaloni frescolana grigio chiaro, e mocassini marrone chiaro.

I due si avvicinarono ad una scrivania sulla quale Peter riconobbe una macchina per l’espresso, che guardò con una certa nostalgia, ripensando a quelli bevuti durante il suo soggiorno capitolino.

“Sono anni che vivo negli U.S.A., Peter. Però come puoi vedere, non mi sono mai abituato al vostro caffè. Senza offesa, la vostra è davvero una grande nazione ma riguardo al caffè…”

“Ho avuto modo di assaggiare il vostro. Le prime volte è stata un’esperienza sconvolgente ma da quando sono tornato a casa, non sono più riuscito a bere il nostro. Questa è la più grande macchina per produrre l’effetto Casimir mai concepita…” Disse con ammirazione.

Le piastre erano state posizionate l’uno di fronte all’altra e rilucevano mentre la luce artificiale le colpiva. Non c’erano finestre nel laboratorio 5, dove si erano trasferiti per motivi di sicurezza. Spesse pareti di cemento armato, porte blindate e rinforzate con pannelli in piombo, docce d’emergenza ogni 5 metri lungo i due corridoi di collegamento e un efficientissimo sistema anti incendio, pronto ad entrare in azione in ogni momento.

“La più grande in assoluto. Le piastre misurano tre metri per uno e mezzo, come hai potuto leggere nel rapporto che ti abbiamo dato ieri. La struttura di C10 è piuttosto semplice, a dire la verità. Oltre alle piastre, c’è la fonte di energia: si tratta di una batteria a particelle beta che ci ha fornito la Stark-Fujikawa; non ce l’hanno venduta ma solo data in affitto. Quando sarà esaurita, abbiamo l’obbligo di restituirgliela.”

“Dopo che la loro tecnologia è stata usata per compiere atti terroristici e criminali, sono divenuti più cauti nel diffonderla.”

“Non completamente sbagliato come principio. I tuoi cavi super conduttori, permetteranno di sfruttare a pieno la batteria. Quando arrivavamo ai livelli più alti, gli altri cavi si deterioravano, divenendo inutili. Abbiamo tentato con cavi a base di argento, ghiaccio sintetico super conduttore, ma nulla da fare. È stato Kaj a parlarci del tuo lavoro. Ho letto le tue relazioni e ne sono rimasto colpito. Comunque, oggi effettueremo un test di funzionamento base.”

“Non userete il vostro apparecchio Cheope?” Chiese Peter speranzoso.

Lorenzo rise, senza intenti canzonatori. Capiva l’entusiasmo e la curiosità del collega. Erano le stesse che aveva avuto lui quando Chang lo aveva coinvolto nel progetto.

“Non oggi. Dobbiamo essere sicuri che la macchina funzioni bene a regimi normali. Usare l’incrementatore senza esserne più che certi, sarebbe avventato.”

“Hai perfettamente ragione. Sono uno stupido, devi perdonarmi. Però quando me ne avete parlato, beh, mi sono sentito come un bambino che va al Luna Park per la prima volta.”

“Ti posso capire, credimi. Piuttosto devo farti i complimenti per la velocità con cui hai prodotto quei cavi. Sono sicuro che se avessero riservato più fondi alla tua ricerca, a quest’ora avresti rivoluzionato il mondo della distribuzione energetica.”

“Io non ne sarei tanto convinto. Ormai si stanno orientando verso il wireless, e dunque gli investimenti sui conduttori di tipo tradizionale non sono più alti come una volta.” Peter aveva detto la verità solo in parte. Provò, per un istante, un senso di rimpianto al pensiero che se avesse potuto dedicare più tempo alle sue ricerche, forse avrebbe davvero contribuito al progresso scientifico in modo sostanziale, come dentro di sé desiderava. Se ne vergognò subito. Lui aveva una missione. Lui aveva dei poteri e da questi poteri…

“ Sta di fatto che il wireless, nel campo della trasmissione dell’energia, è ancora allo stato di studio. Comunque, anche se non vedrai Cheope, ti assicuro che questa meraviglia sa stupire anche da sola.”

Peter la studiò, linea dopo linea. Il sistema di raffreddamento, la batteria beta e la sua capsula contenitiva trasparente dai cui fori laterali, passavano i suoi cavi inguainati in una tripla tonaca di gomma, collegando la pila alle piastre. La console di controllo era dietro un vetro capace di trattenere un massiccio flusso di particelle gamma per oltre quattro minuti. Era stato testato alla vecchia Gamma Base, dove era stato prodotto e da dove veniva.

“Tra poco assisterai al concerto, Peter.” Gli disse quasi in un sussurro Lorenzo.

Non aveva usato quel termine a caso. Le onde che sarebbero di lì a poco rimbalzate tra le due piastre, si sarebbero grossomodo comportate come le onde di una chitarra. Le due piastre, avrebbero funto anche da “nodi”, impedendo all’estremità della corda immaginaria di vibrare e producendo l’oscillazione fondamentale e le sue armoniche.

“Forse, grazie a voi, la batteria a fluttuazione di vuoto di Forward potrebbe divenire realtà. Potrebbe persino essere superata in pochi anni.” Peter ora guardava con gli occhi di chi, sa di trovarsi di fronte ad un evento che avrebbe cambiato per sempre la storia dell’umanità. Eppure, non riusciva a spiegarsi come mai, visto che tutto era a posto come lui stesso aveva controllato, sentisse il suo senso di ragno ronzare sommessamente, come se gli suggerisse che qualcosa era profondamente sbagliato in quello che stava accadendo.

 

 

Nei pressi della 34esima strada, Hell’s Kitchen, New York City – Mercoledì, ore 9.00 p.m.

 

 

Dette un’occhiata al grande display dell’orologio che troneggiava sul palazzo di fronte. Le nove, pensò con un certo fastidio osservando i numeri rossi. Era fuori casa dalle 7.00 e non vedeva l’ora di riabbracciare le sue due ragazze. Tuttavia non poteva andarsene, non senza aver prima trovato Matt. Era passato nei pressi del suo ufficio, nella speranza di trovarlo lì ma sapeva che era una flebile speranza. Si era mosso troppo tardi e quella era ora di perlustrazione, per Matt lui. Un vero stakanovista dei vigilantes mascherati, pensò con un sorriso sulle labbra.

C’era un furgone, di fronte ad un vecchio ristorante kosher. Il furgone, un Ford nero, piuttosto male in arnese, era parcheggiato in doppia fila e, in quel vicolo che correva parallelo alla 34 esima, questo poteva dire guai.

Non si era sbagliato. Ormai sapeva distinguere a colpo d’occhio qualcuno che aspettava delle persone, e un palo. Certo, il fatto che il motore fosse piuttosto rumoroso e che fosse stato acceso per più di un quarto d’ora, l’aveva aiutato non poco.

I complici uscirono di corsa dal locale, volto scoperto e sacchi alla mano. Tre uomini. Tre ragazzi, si corresse. Erano tra i venti e venticinque anni ma potevano essere anche più giovani. Erano vestiti alla moda: pantaloni larghi, berretti e zuccotti da video hip hop, scarpe firmate da duecento dollari e un paio di pistole; “Bene, bene. La tua solita fortuna, mr. Parker. Oh, ma chi voglio prendere in giro. Sono io che mi sono appostato qui, invece di continuare a cercare il mio amico. Coraggio vecchio ragno, facciamo sentire a lor signori quanto può far male il tuo morso.” Il furgone partì, e si spostò velocemente verso un incrocio da dove i delinquenti speravano, probabilmente, di immettersi o sulla 34 o sulla 35esima. “Veloci questi birbanti.” Fece tra sé e sé mentre si spingeva avanti velocissimo, ragnatela dopo ragnatela. Quando giudicò che il furgone fosse in un punto dove, anche se avessero aperto il fuoco, non avrebbero potuto ferire nessuno, si gettò a capofitto verso il basso.

 

Era una bella sensazione. Liberatoria. Termine forse banale ma non avrebbe potuto descriverla in altro modo. Non era come volare. Non era nemmeno come saltare da un tetto all’altro. Era semplicemente cadere. Cadere rapidi verso il basso. L’asfalto che si avvicina sempre più, le mura dei palazzi circostanti che paiono fuggire via rapidi. Doveva essere in parte quella la sensazione di chi si suicidava gettandosi da un palazzo. Però lui non aveva il rischio di provare un repentino rimorso, né paura. C’era solo un vago stordimento tenuto sotto controllo dai suoi sensi acuti, da quella parte del suo patrimonio genetico che annullava i timori, le vertigini, le esitazioni. Assaporò quella sensazione, gustandone l’agrodolce fragranza nella bocca, inebriandosene quasi fosse un buon vino. Smorzò la caduta, usando un paio di tele e girando un paio di volte su sé stesso.

Finì sul tetto proprio quando il furgone finì sulla striscia di fluido a presa rapida che aveva lanciato sulla strada. L’idea di portarne sempre qualche capsula dietro, si era rivelata vincente. Spararono, attraverso il tetto. Non si scostò nemmeno. I proiettili proseguirono la loro corsa verso l’alto un po’, mentre rumore si spegneva rapido in quella serata in cui, in quell’angolo di New York, regnava una quiete irreale e vagamente minacciosa.

Scese di lato, toccando terra silenzioso. Divelse lo sportello del guidatore e tirò fuori l’autista con un rapido e fluido gesto. Pochi istanti dopo quello andò a finire contro una saracinesca.

Altri spari, grida concitate, odore di cordite. “Dilettanti.” Pensò con sufficienza Peter Parker. Li disarmò, semplicemente chiudendo le distanze, sfruttando la sua rapidità più che umana e togliendogli dalle mani le armi, come se fossero stati dei bambini dispettosi che andavano puniti e non dei pericolosi criminali.

“Coraggio ragazzi, fate i bravi. Non fate arrabbiare lo zio Ragno.”

Una lama tentò di recidergli la carotide, o almeno questa era l’intenzione di chi la impugnava. Un’imprecazione che risuonò in tutto il suo furente disappunto quando il metallo fendette l’aria.

“Non mi piacciono questi giochi. Proprio per niente…” Lo ammonì l’Uomo Ragno che gli si era portato alle spalle. Colpì con il taglio della mano, dosando la sua forza, finché non li mise tutti a riposo.

“Tutto qui?” Chiese un po’ deluso.

“Dovresti esserne contento, ed invece mi sembri dispiaciuto.”

Peter si girò, trovandosi a contemplare lo spettacolo sempre d’effetto della sagoma di Devil che si stagliava contro il cielo serale.

 

“Come mai non sei intervenuto?” Chiese Peter sorseggiando un po’ di succo di frutta alla pesca.

Matt, asciugamano sulle spalle, aprì il frigo e ne trasse della coca cola senza zucchero che verso in una tazza con su scritto “Hawkeye”. Era un regalo di Foggy, uno dei suoi modi di scherzare e far capire che la situazione di Matt non lo metteva a disagio. Quelli erano i vecchi tempi. Quella era l’era d’argento, quando erano entrambi giovani e speranzosi avvocati. Prima che la vita li colpisse duro e spegnesse un bel po’ dei loro sogni. Tuttavia Matt, che era stato a più riprese spezzato da quanto gli era accaduto negli ultimi anni, si era sempre elevato al di sopra del proprio dolore, della sfiducia, della disillusione. Era lì, che carezzava con affetto la tazza, ridacchiando divertito, come ogni volta, per quel regalo. Peter ammirava il suo spirito. Aveva imparato tanto da lui, nel corso degli anni e gli doveva davvero molto.

“Sei qui per il Mangiapeccati, vero?” Schietto come sempre, pensò l’Arrampicamuri.

“La prima volta, mi sei stato vicino. Mi impedisti anche di fare una sciocchezza e fu in quell’occasione che i nostri rapporti si rinsaldarono ulteriormente. Non ho molti amici nell’ambiente. La gente mi ha sempre trovato inquietante, sai i miei poteri, questo costume, i grandi occhi a specchio e via dicendo. Tra la pubblicità negativa che mi ha fatto Jameson nel corso degli anni, e le mie geniali mosse, come chiedere un lavoro ai Fantastici Quattro, e prendere in giro i Vendicatori, non ho propriamente una buona fama. Tu sei uno dei pochi big che veramente mi rispetta e si fida di me.”

“Tutti facciamo degli sbagli e quello che scrive il Bugle su di te, è spazzatura. Lo sanno tutti. E sei molto più apprezzato di quanto non credi. Sei stato un Vendicatore di riserva. Hai combattuto spesso al fianco della Torcia Umana e se non sbaglio, sei stato tu quello che, quando credeva che gli F.Q. originali erano morti, propose di fondare i Nuovi Fantastici Quattro.”

“Eravamo stati presi per i fondelli da una Skrull e poi durò poco.”

“Durò poco ma facesti fare gioco di squadra a tre teste calde come Wolverine, Hulk e Ghost Rider.”

Peter rise improvvisamente: “Nel caso di Ghost Rider, mai aggettivo fu più appropriato.”; Matt si unì a lui in quel momento di ilarità e poi, serio: “Wolverine pensava che avessi la stoffa per guidare un vero gruppo.” Peter si irrigidì per un secondo: “E quando lo avrebbe detto?” Chiese.

“Una volta abbiamo collaborato per suonarle a degli agenti Hydra che volevano usare del gas nervino per far fuori una piccola comunità mutante qui a Hell’s Kitchen. Parlammo di molte cose, anche di questa.”

“Ho sempre creduto che mi reputasse un idiota.”

“Meno di quanto immagini.”

Peter si sistemò sulla poltrona e, dopo alcuni istanti: “Allora, mi aiuterai con questa storia del Mangia Peccati?”

“Dimmi una cosa. Però dimmi la verità.”

“Non potrei mentire con te, nemmeno volendo. Super sensi, ricordi?” Gli fece indicandosi con l’indice l’orecchio destro mentre ingollò ancora un po’ della sua fresca bevanda.

“Vuoi vendetta?”

“Si.”

Ci fu un silenzio improvviso. Non era né imbarazzo, né pentimento. Semplicemente una pausa di riflessione.

“Vedi Matt, una parte di me vuole veramente vendetta. Vendetta per quanto accaduto con Stan Carter, per la morte di Jean, per quella di quel povero ragazzo e per almeno un’altra dozzina di buone ragioni. Forse, non ultima, anche quella che sono davvero stufo di questi ritorni dalla tomba. Tornano tutti i peggiori, mai una gradita sorpresa.” Si sorprese leggermente per aver scherzato con tanta leggerezza su quel argomento.

“Ti capisco, Peter. Delle volte succede anche a me.”

“Solo che tu non hai il mio record di morti che resuscitano. Comincio a pensare che i miei nemici siano tutti dei dannati zombie e questo spiegherebbe il perché Norman puzzi così tanto. Rise nuovamente, con una punta di soddisfatta cattiveria. Tuttavia, non voglio fare stupidaggini. Non voglio lasciare che questo desiderio di vendetta, mi trascini verso un abisso nel quale ho già sguazzato troppo. Lo catturerò. Forse lo strapazzerò anche un po’, te lo confesso. Però voglio assicurarlo alla giustizia.”

“Questo era quello che volevo sentirti dire.”

“Questo era quello che sentivo dentro. Allora, sei dei nostri?”

“Certo.”

“Bene, perché ho anche altre proposte da farti.”

“Mhhh?”

“Riguardano la situazione generale. Ho intenzione di rimettere le cose a posto.”

“Che vuoi dire?”

“Quello che ho detto: sono stufo di giocare in difesa; dico di passare all’attacco e rimettere in riga questi maledetti psicopatici. Il Demone, i due misteriosi massacratori mascherati e il Mangia Peccati.”

Matt sorrise. Gli piaceva la grinta che Peter stava dimostrando. Non era cieca rabbia la sua ma un giusto moto di indignazione e voglia di riscatto. Forse poteva davvero riuscire nel suo intento.

Sicuramente gli avrebbe offerto tutto l’aiuto di cui aveva bisogno.

 

 

Manhattan, 8th avenue, nei pressi di Korea town -Mercoledì ore 3.00 p.m.

 

 

Matt era dalla sua e questo era già un più che ottimo inizio. Avevano bisogno di alleati, perché sarebbe stato un compito arduo quello che si erano prefissati. Stavolta le cose sarebbero state diverse. Non si può commettere per tutta la vita lo stesso errore, si disse Peter. Non ci si può ostinare a non voler cambiare quando la situazione lo richiede. Era stato un solitario, per gran parte della sua carriera ma non poteva più permettersi di esserlo in quel frangente, non con quello che stava accadendo alla sua città. La situazione stava andando letteralmente fuori controllo e presto le autorità, sempre più assorbite dalle lotte tra gang, non sarebbero state più in grado di proteggere la cittadinanza.

C’era una questione altrettanto importante da risolvere: la comunità eroica cominciava a spaccarsi in due, le voci che aveva sentito non gli piacevano affatto; c’era un sito internet per aspiranti vigilantes che aveva pubblicato un articolo intitolato: necessaria evoluzione; qui venivano lodate le virtù dei più famosi eroi mascherati della città, celebrandone il coraggio. Però, secondo l’autore dell’articolo, ormai gli eroi erano del tutto inadeguati ai tempi correnti, non essendo stati capaci di reggere il passo con l’accrescersi della violenza metropolitana. Serviva un nuovo tipo di protettore alla città, alla nazione tutta, qualcuno che fosse capace di prendere decisioni estremi per momenti estremi.

Veniva citata la diatriba tra Capitan America e Iron Man, quando quest’ultimo decise, durante la guerra Kree – Shi’ar di giustiziare la Suprema Intelligenza Kree contro il parere dello scudiero a stelle e strisce*. Iron Man era il modello di eroe spregiudicato e pronto a fare la cosa giusta che veniva proposto dal sito.

“Cosa ci sta accadendo?” Aveva chiesto Peter preoccupato a Matt alcune ore prima. Sempre sul sito erano stati proposti come esempi da seguire le recenti azione condotte dal così detto Demone, dai due nuovi misteriosi vigilantes la cui esistenza era ancora dubbia e persino le azioni del vecchio Insanicida.

Arrivò all’incrocio con la quattordicesima, voltando per andare verso Union Square. Di lì a poco ci sarebbe stata una compravendita d’armi nel quartier generale di Messiah Johns.

Avrebbe presenziato anche lui, mettendo in atto la prima parte della strategia di contenimento per quella catastrofe che a suo parere si stava per abbattere su tutti loro, strategia che avrebbe preso le sue mosse dalla necessaria cattura del Mangia Peccati.

 

Jack Crash irruppe improvvisamente nell’edificio dove Johnes trattava i suoi affari. Si avventò con la furia di un toro contro l’Uomo Ragno che era rimasto stranamente immobile, come se, cosa del tutto impossibile, non si fosse accorto della comparsa del minaccioso prezzolato al soldo di Johns.

Troppo tardi quest’ultimo realizzò che non era così. L’Uomo Ragno si scansò all’ultimo momento, balzando dal mobile dove era stato appollaiato poco prima, sopra una vecchia scrivania. Crash sentì il metallo piegarsi e parte del muro dietro cedette. Cadde tra i detriti, da cui si era alzata una fastidiosa nube di polvere.

“Sai, dovresti leggere l’ultimo libro di Oprah. C’è un intero capitolo dedicato all’arte dell’autocontrollo. Si chiama lo Zen e la cucina new-age. Sono sicuro che ne impareresti molto.”

Crash ringhiò irritato. Aveva fatto la figura dell’idiota davanti al suo capo e questo non gli piaceva affatto.

“Fermati immediatamente, Jack!” Per un attimo gli era sembrato di sentire urlare queste parole da Johns ma era troppo furente per capire di essersi sbagliato. Provò una seconda carica contro l’Uomo Ragno e anche stavolta fu del tutto vana. L’arrampicamuri lo saltò come se fosse una cavallina, spingendolo contro un’altra parete che passò da parte a parte, ritrovandosi in un gabinetto piuttosto sporco.

“Te l’ho detto, incalzò il ragnetto, hai bisogno di imparare a controllarti. Questo tuo deficit ti pregiudicherà molte cose, credi a me, tra cui il titolo di mr. Amichevole criminale della Città di New York.”

“Smettila di dire c£/&(e!” Esclamò esasperato Crash.

Divelse un lavabo e tentò di centrare, inutilmente, la testa dell’Uomo Ragno. Rocket Joe, rimasto nascosto fino a quel momento nell’ombra, decise che il momento migliore per agire era quello. Tentò di intercettare il tessiragnatele proprio mentre scansava il pesante oggetto che terminò la sua corsa contro una colonna portante. Digrignò i denti, pregustando il momento in cui avrebbe potuto farsi vanto con i suoi colleghi di essere stato quello che aveva ucciso l’Uomo Ragno. Il gomito della sua presunta vittima, gli spaccò i cornetti e il setto nasale, strappandogli un urlo lancinante. Indietreggiò barcollando pesantemente e Crash tentò allora nuovamente un assalto. Per un istante esultò, pensando di essere riuscito ad intrappolare il ragno nella sua morsa dell’orso ma prima che riuscisse a stringere le braccia, questi si abbassò di scatto, girandosi e assestando un breve e veloce pugno all’addome di Jack.

Saliva mista a sangue spruzzò dalla bocca che si riempì del sapore acido del vomito. Finì in ginocchio, reggendosi con tutte e due le mani il ventre, gli occhi arrossati e lacrimanti.

“Bel tentativo, dico davvero, disse schernendolo l’Uomo Ragno, attaccarmi in due tempi, sperando di prendermi alla sprovvista è un piano che denota uno spiccato talento per l’arte del combattimento e un’attenzione quasi geniale per i particolari. Vi è mancato quel pizzico di fortuna che a quest’ora avrebbe fatto di voi gli scagnozzi più famosi e pagati di New York City. Ora, è evidente che possediate un livello di forza e resistenza superiori a quelli di un comune essere umano. Se siate mutanti o meno non lo so e non mi interessa. Comunque il risultato non cambia: sono in grado di mettervi sotto tutte e due e anche di brutto, come avete potuto constatare; non sono un tipo violento, non di solito, perciò mi potrei anche accontentare di avervi lisciato un po’ come ho appena fatto ma se insistete a volermi disturbare, potrei calcare ancora di più la mano. Non sono venuto qui per arrestare il vostro capo, non oggi quantomeno. Sono venuto qui per parlare con lui e voglio farlo in privato, sono stato chiaro?” Fece indicando con il pollice l’uscita dal magazzino. I due, ancora doloranti e leggermente confusi, si scambiarono un’occhiata interrogativa, indecisi sul da farsi. Poi, dopo un silenzioso consulto, uscirono senza dire nulla.

“Non so quanto li pagassi, sicuramente non valevano i soldi che spendevi.” Disse all’indirizzo di Messiah Johns. Questi assentì rassegnato e rispose: “ Mi erano stati presentati come due veri professionisti. Sono stato abbindolato dal fatto che si trattava di super umani e di questi tempi fa sempre comodo averne qualcuno sul tuo libro paga. Se è vero che sei venuto qui a parlare con me, potevi anche evitare di fare tutto questo. Perché non mi hai chiesto un incontro mediante i soliti canali che usate voi super quando desiderate parlamentare con quelli come me.”

“Primo, dopo i recenti accadimenti, di questi canali ne sono rimasti davvero pochi. La maggior parte si trova sotto terra e quelli che ancora respirano, o sono scappati dalla città, o sono ben più diffidenti di un tempo.

Secondo, volevo che tu capissi bene che non sono venuto qui né per giocare, né per perdere tempo.

Non riceverai offerte, né minacce.

Sono qui perché voglio l’uomo che ha ucciso il poliziotto e il trafficante d’armi.

Sono qui perché sicuramente contatterà te per avere nuovi giocattoli da usare durante la sua folle crociata.

Se non farai quello che ti dico, se non mi aiuterai, la tua vita diventerà molto, molto più difficile e complicata di quanto non sia. Ecco cosa accadrà se non mi aiuterai.”

Johns sapeva che non stava bluffando. Non aveva fatto la parte del duro, né usato la voce grossa. Gli aveva solo detto quello che sarebbe accaduto se non avesse ottenuto ciò che voleva.

“E cosa dovrei fare esattamente?” Chiese sconfitto e deciso a non recitare un’inutile parte in quella commedia.

L’Uomo Ragno era soddisfatto. Il suo piano era iniziato decisamente bene ed ora doveva vedere come sarebbe continuato.

 

Forest Hill, Queens. – Mercoledì ore 9 p.m.

 

Scivolò dal piccolo lucernaio che dava nella mansarda, dopo essersi accertato che non lo vedesse nessuno. A quell’ora, nella composta quiete di quell’angolo di ordine nel caotico oceano di acciaio e cemento newyorkese, tutti erano in casa propria, per finire la cena o guardare la tv.

Si sfilò la sua seconda pelle, dimettendo il volto dell’Uomo Ragno e salutando con un certo piacere quello di Peter Parker che gli sorrideva dal piccolo specchio a muro con la cornice a raggi di sole. Infilò il costume nell’armadio blindato che aveva comprato qualche mese addietro, chiudendolo con cura insieme a quelli di riserva, al costume anti-electro, ai suoi prodotti chimici e ai vecchi lancia ragnatele. Scese le scale che portavano al primo piano della sua casa e si diresse verso la doccia. Dopo qualche minuto scese in accappatoio, rinfrancato e pulito.

“Dove sono i miei angeli? Sono tornato a casa!” Esclamò allegramente.

M.J. era al telefono, e gli lanciò un bacio mentre stava parlando con la sorella.

“Allora, tutto bene? Come è il nuovo appartamento? È semplicemente fantastico! Sono davvero felice per te! Certo, puoi venire quando vuoi. Io e Peter saremmo felici di guardare Kevin e Tommy per un po’. D’accordo, ciao e un bacio ai bambini.” Chiuse lanciando un’occhiata inequivocabile al marito, il cui petto era in bella mostra e ancora umido.

“I ragazzi vengono a stare un po’ da noi?”

“Si, per un paio di giorni. Spero non ti dispiaccia se ho detto a Gayle che andava bene. Sai, lei e il suo nuovo compagno vorrebbero fare una gita romantica solo loro due. So che sei sempre preoccupato quando Kevin e Tommy sono qui.”

“M.J., adoro quei due bambini, è semplicemente che con l’attività che faccio, ho sempre paura che possano scoprirmi. Comunque, non ti preoccupare, hai fatto benissimo ad accettare di tenerli qui qualche giorno. May è sempre felice quando sono qui. Le piace avere qualcuno con cui giocare tutto il giorno. Dove è la nostra principessina?”

“A letto.”

“Di già? Di solito non si addormenta prima delle undici.”

“Oggi ha avuto una giornata piuttosto intensa. Siamo praticamente soli, mio caro.” Fece lei maliziosa.

“Oh, e dovrei preoccuparmene?” Chiese lui con aria finto intimorita.

“Decisamente si, mio caro. Sai, da quando sei tornato qui, ho sempre una voglia matta di te.” Si avvicinò con passò lento e studiata aria sorniona. Cominciò a lambirne il volto dai tratti gentili con le sue mani, esplorandone ancora una volta le forme e le geometrie.

Lui la strinse a sé, con delicatezza e decisione al tempo stesso.

“Non sei l’unica il cui desiderio è sempre acceso, lo sai?”

“E ne sono più che felice.”

Peter decise che per quella sera, il mondo poteva anche aspettare. La donna che amava, sua moglie, era lì tra le sue braccia, il suo morbido e prosperoso corpo premuto contro il suo. Il calore che si spandeva, il sorriso irretente, le carezze confortanti. Si perse per qualche istante tra i suoi capelli, inebriandosi del loro afrore.

“Ti amo, mr. Parker.”

“Ti amo, ms. Watson.”

M.J. indietreggiò avvinghiata a lui, finché non cadde con lui sopra di lei sul divano del soggiorno.

Premettero con passione le labbra dell’uno contro quelle dell’altra e si amarono con ardente slancio per diverse ore.

 

 

Fine episodio.

 

 

Dedicato a Carlo: “Hai visto? Un numero tutto U.R.!”

 

Per Carlo: “Ma che razza di domande mi fai, caro il mio Dottore! Da te mi sarei aspettato di tutto ma non di certo questo! Eheheheheh. Primo, non dimentichiamo che, in quanto ex Vendicatore riservista, l’U.R. poteva aver avuto tranquillamente accesso a quelle informazioni durante un incontro con altri riservisti che ne erano a conoscenza, o con qualcuno dei Vendicatori stessi. Forse la cosa è trapelata, divenendo fatto noto nella comunità super eroica o quanto meno tra i big.

Insomma, una spiegazione non è poi così difficile da immaginare ma, se vuoi, potrei scrivere una storiella ad hoc proprio su questo argomento, un giorno o l’altro.

 

Grazie a tutti quanti voi che leggete. Grazie a tutti quanti quelli che collaborando con il sottoscritto, mi permettono di dare sempre il meglio.

Grazie alle persone che mi amano e che sono sempre con me, sempre e comunque.

Grazie ai creatori dell’U.R. e del Marvelverse per averci fatto sognare da decenni.

 

Un saluto a Mike Weringo, che ci ha lasciato ancora giovane e con ancora tanto da dire.

 

Per suggerimenti, commenti, proposte e dintorni, potete contattarmi su spider_man2332@yahoo.com

Contatto msn spider_man2332@hotmail.com

 

Un saluto a tutti quanti voi.